La Divina Taijedia
Comoedia in tre Canti
Di
Pedante Alighieri
Stupìte vedo genti cercare di fuggire,
ma non prendete cura: non c’è niente a patire.
Questa è la rappresentazione, intera in vostro onore,
detta Divina Taijedia per rallegrar vostro cuore.
Da Pedante Alighieri essa fu per voi vergata
e dai Bozzolini tutti tosto qui recitata.
Tre Canti di Poéma Epico in grande stile:
son circa sette ore: prego, niente attacchi di bile.
Vedremo qui il Cantore, il Coro e le Velone,
ed altre triste genti che non sto qui a dire
narrarvi le vicende di gente Bozzolona
e che mi sia concesso, anche del suo sire.
Ma non ci dilunghiam in questa introduzione:
presto, della Divina Taijedia sia rappresentazione.
Canto Primo – L’Inferno
Nel mezzo (più o meno) del cammin di nostra vita,
ci ritrovammo in una selva oscura, ‘che la diritta via era smarrita.
Tristo periglio era, pei più e più malanni:
còlli straziati, femori distrutti, ginocchia rotte e tanti altri bei dànni,
così che ciascun fesso stava alla salute.
‘Sì che, ragionar di cotanta sventura fu certo d’uopo
al fine di distoglier la paura di divenir nel tempo come canòpo.
E fu così che lo neuron di destra posesi in viaggio
per petir consenso all’altro, e anche coraggio.
Dall’epico consesso venne luce, pria pochina
e a quel baglior dissòlsesi tenèbre, e le porte del futuro fur svelate.
Posesi in moto i corpaccion dolenti e fu così che giunsero distrutti
alla segreteria della Gymsenghe tutti
a pietir di diventar taijienti.
Danilon Dimonio, con gli occhi di bragia,
triste al racconto delle tremende sventure,
gli occhi lucenti di pianto dirotto,
ed a pietà sommosso per quelle creature,
tuonò dall’alto della barca sua:
“Madonna Manuela, statevi all’erta
e date a ognun consenso qui a salpare,
posto che ne sieno baiocchi trenta,
soldi trentotto, e centesimi pure”.
E fu così che, rimesso il guiderdone,
le animelle nostre ascesero il traghetto,
quinci calòssi in loro grande sonno,
e stetter tutte come l’uom che dorme.
CORO: Finché la barca va, lasciala andare.
Finché la barca va, tu non remare.
Finché la barca va, stai a guardare
Perché se muovi un braccio l’Uomo Ombra arriverà,
senza che te ne accorgi la virtù ti prenderà.
Canto Secondo – Il Purgatorio
Nel tenuo ancòr brillar di vigorose stelle
levòssi il cerchio azzurro che le saluta ardìto
nella porzion del dì che solleva animelle
e stemmo tutti come l’uomo di stupor stupìto.
CORO: Oooooooooohhhhhhhhhh.
Restava appresso a noi un condottier gentile;
la fronte egli avea cinta di mirto e anche d’alloro;
la figura era chiara, d’aspetto assai virìle:
“Virgilion Nazzareno!” noi l’appellammo in coro.
Ei vòlse a noi la fronte in segno di saluto
quinci scrutò con cura l’animelle a tòcchi.
Tosto le mani portossi al vòlto con dolore acùto
quasi visione avesse di luce che n’offendesse l’occhi.
“Già chiaro e vigoroso fu ‘l mio petìre”
(diss’egli con voce che quasi era silente)
“allo Signor che ne traghetta l’ire,
che l’animelle almeno fossero valente,
ma lo manipolo di corpaccion ch’io mire,
è mio cordoglio che non ne tragga niente!”.
Codesto cogitar del nostro sìre, ròtti nello stupòr del caso,
precipitò nel gelo nostre mìre, e l’animo di noi ne fu pervaso.
L’Empìreo Cielo e quelle stelle tutte
che fan contorno a moltitudini celesti
spinsero il cor del signor nostro a dire:
“Fatti non foste a viver come bruti,
ma d’immortal virtute e conoscenza;
provando voi taijisti a divenìre
io vo: e se no, pazienza!”
CORO: Se sei buono, ti tirano le pietre.
Sei cattivo, e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, specie se Gru sarai,
tu l’Uomo Ombra a terga troverai.
Canto Terzo – Il Paradiso
L’ardòr di carro astral già di luce donando
stàvasi nel mezzo al Ciel d’indaco sotteso
quando l’animelle nostre, poco movendo,
furono sì come l’uom che sta in attesa.
Pazienza inver del nostro sire affranta
mutato avea il pavido nostro destino
‘sì che la dolenzia dell’ossa, che fu tanta,
tosto divenne solo lontan ricordino.
Anzi, ch’egli ritenne fosse ragione
compèter tutti noi in epica tenzòne
lo nome nostro, del Gruppo Bozzolone,
ascritto al bando del Regional pugnare fue.
E invero lo congegno dié ragione
al Nazzaren di cui stiamo narrando
perché fu d’ori e d’onor tal guarnigione
che ancora oggi se ne va parlando.
A tal sorpresa il sire nostro non stette
a meditar per tali e tante fiate,
e a Nazional tenzone presto rimette
manipolòn di nostre anime beate.
Et anche in tal pugnar i Bozzoli tutti
còlsero d’onore e gloria cotanta fama
che il signor nostro ritien per altri flutti
si possa proseguir con Mondial trama.
Noi che animelle tristi di rotte ossa fummo
nel mentre, ben silenti rimaniamo
perché, se da dolenti e un po’ distrutti,
qui oggi siam dove pur siamo
noi ci diciam: “Coi sogni nostri tutti,
doman, insomma, dov’è che noi saremo?”
CORO: Quarantaquattro gatti, in fila per sei col resto di due
fuggirono coi matti, in fila per sei col resto di due.
Le code allineate, in fila per sei col resto di due,
la Gru bene impostata,ma l’Uomo Ombra qui conta per due.
Quivi finisce per il momento gloriosa storia dei Bozzolini,
e la memoria di loro gesta sia bell’esempio per quanti, taijini
s’apprestano trepidi a diventare, niente sapendo che stanno per fare.
Loro non sanno che ori ed argenti, trombe di gloria ed epici armenti
valgono nulla se non son sorretti da grandi amicizie, da fulgidi affetti.
Questo ci narra la nostra esperienza, ed alla luce della gran pazienza
di Nazzareno, Amico Caro, primo a sapere che questo è lo vero,
dei Bozzolini la storia continua e non finirà, no di certo, in cantina.
Primo dei Bozzoli, noi lo affermiamo, e concedetemi: un poco Caimano
anch’egli, Amico tra codesti Amici, certo ha donato dei bei sacrifici.
Questo sappiamo, ne siamo certi, e noi speriamo ne sia ripagato
anche se poco, anche se in parte, dalla passion che ci ha tramandato.
Or che le luci si spengono in parte, ed il sipario si cala solerte,
Donna Alessandra si appressi all’Amico, quinci gli rechi qual dono pudico
piccolo segno del nostro amore, ma grande pegno del nostro cuore.